Altri?

I 10 benefattori dell’umanita’

benefattori della terra

benefattori della terra?

Tra i tanti benefattori che lavorano alacremente per migliorare il futuro dell’umanitĂ , dieci ci riescono meglio di altri. Sono insegnanti, medici, ricercatori, filantropi e industriali che sognano un mondo nuovo, piĂą verde e piĂą compassionevole, e che per realizzarlo si adoperano con determinazione, sapere e fantasia. Grazie al loro operato, una fetta sempre piĂą larga di uomini e donne può giĂ  beneficiare delle nuove tecnologie e delle ultime scoperte scientifiche, poichĂ© non basta trovare un farmaco miracoloso, bisogna anche produrlo e distribuirlo lĂ  dove ce n’è piĂą bisogno.

La lista di questi eroi è stata compilata dalla rivista Scientific american: tra loro si contano soprattutto biologi e fisici, ma anche un politico, il presidente Obama, perchĂ© la sua “rivoluzione ecologica” è stata così immediata ed eclatante che i suoi effetti si potranno misurare “perfino sulle future generazioni”.

Uno di loro, il pediatra trentottenne Kristian Olson, ha appena fabbricato un’incubatrice per neonati con pezzi di automobile, per far sì che sia possibile ripararla anche nelle regioni piĂą povere. Un altro, Andras Nagy, biologo del Mount Sinai Hospital di Toronto, è riuscito a trasformare cellule mature nell’equivalente di cellule staminali, risolvendo controversie etiche e fornendo alla ricerca uno prezioso materiale a basso costo. Un terzo, Bryan Willson, professore di Ingegneria alla Colorado State University, ha disegnato forni ecologici che consentono alle famiglie piĂą povere dell’India o delle Filippine di cuocere alimenti risparmiando sul carburante e inquinando l’atmosfera molto meno di una volta.

Quanto a Shai Agassi, fondatore dell’azienda “Better place”, grazie alle sue batterie al litio, ha giĂ  reso le auto elettriche una realtĂ . Wafaa El-Sadr, direttrice dell’Infectious Disease Division all’Harlem Hospital Center, si batte invece da anni per contenere la pandemia di Aids nell’Africa sub-Sahariana. In quell’angolo sfortunato del pianeta, questa signora di origini egiziane cerca di impedire che la malattia si trasmetta dalle madri ai figli e di fornire le terapie anti-virali ad almeno un paziente su dieci.

C’è anche un’altra donna tra i dieci prescelti. E’ l’antropologa Eugenie Scott, che si definisce “la golden retriever di Charles Darwin”, parafrasando Thomas Henry Huxley, il biologo che nell’Ottocento si fece difensore delle teoria dell’evoluzione e che per questo motivo divenne “il bulldog di Darwin”. Il merito della Scott è stato di evitare che il darwinismo fosse tolto dal programma delle scuole statunitensi a favore del cosiddetto “creazionismo”, quella pseudo-scienza che vuole a tutti i costi conciliare biologia, geologia e religione.

Per fronteggiare i disastri provocati dal fumo due giganti hanno unite le loro forze: il creatore della Microsoft Bill Gates e il sindaco di New York e magnate Michael Bloomberg. Per finanziare la loro guerra al tabacco hanno giĂ  sborsato 375 milioni di dollari. Soldi che servono a educare i ragazzi nelle scuole sui danni della sigaretta, ad aiutare chi vuole smettere di fumare e a stabilire nuove strategie politiche per contenere il flagello.

Barack Obama, infine. Il presidente è stato inserito tra i dieci facitori di miracoli per aver posto le problematiche legate al cambio del clima al centro della sua agenda politica e per aver nominato alcuni scienziati – come il fisico John Holdren e la biologa marina Jane Lubchenco – a posti chiave della sua amministrazione. Come se non bastasse, lo scorso marzo Obama ha liberato la ricerca sulle cellule staminali e promosso nuove leggi per proteggere il lavoro degli scienziati. Tutto questo, poche settimane dopo aver giurato da presidente.

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”Roberto Saviano poteva farsi i fatti suoi”.

Tratto da quattroamicialbar

Questa frase è l’istantanea che ci fissa definitivamente nel tempo per ciò che siamo stati, per ciò che siamo, per quello che saremo.

Giusto. Poteva farsi i fatti suoi.  Anche Falcone e Borsellino e Peppino Impastato e i partigiani che si sono fatti ammazzare dai fascisti e l’uomo della strada, il più umile, il più semplice, quello che , un giorno, dice no alla prepotenza. Avrebbero dovuto e potuto “farsi i fatti suoi“. Anche quelli che si sacrificano per fare il loro dovere, quelli che si fermano un attimo a guardare in faccia il più sfortunato e il più debole, potrebbero farsi i fatti loro,quelli che hanno voglia di dire basta, quelli che  vivono tutti i giorni insieme agli altri davvero, senza tirare diritto facendo finta di essere soli al mondo, quelli che ancora riescono a vedersi l’un l’altro e magari darsi una mano e scambiarsi un sorriso, quelli che solidarizzano, quelli che credono nella dignità dell’essere umano, quelli che non piegano il capo solo per guardare il proprio orticello…..potrebbero farsi i fatti loro.

Cari ragazzi, cari signori del nulla, è per l’appunto i fatti nostri che ci facciamo. Sono questi i fatti nostri, di noi, degli  uomini, di quelli ancora degni di questo nome, almeno. Purtroppo, voi non lo sapete, non l’avete mai saputo, non lo saprete mai.

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Una questione di ruoli non scritti

La crescita d’importanza che sta caratterizzando i nuovi e tanti social media (alcuni famosi facebook; linkedin; etc..etc..ve n’è un coacervo spropositato) sta sempre piĂą rendendo ruoli e parti delle persone che li usano piĂą soggetti alla metamorfosi, caratterizzati da mezze tinte piĂą che da toni accesi e definiti.
La relazione con una persona che potrebbe essere il mio superiore, è la stessa nel momento in cui condivido parte della mia vita con la stessa online?

Da una parte abbiamo alcune regole e disegni che paiono definiti alla partecipazione di questi mondi:

  1. PARTECIPARE ad una discussione nelle sue fasi iniziali, quando la stessa prende forma
  2. Identificare CHI SIAMO, chi rappresentiamo e con quali ruoli viviamo lo scambio di opinioni
  3. Cercare di fornire un CONTRIBUTO CHE SIA UN CONTRIBUTO a meno di esser tacciati quali spammer

Dall’altro v’è l’esistenza di INDEFINITE CARATTERIZZAZIONI E RUOLI che allo stesso modo sono adottate:

  1. Mettiamo il caso che qualcuno mi segua su Twitter, è un insulto/una cosa poco corretta non seguirlo a mia volta?
  2. Nel caso in cui intrattenga uno scambio di messaggi con un/un’utente tramite Likedin o Facebook, sarebbe appropriato poterlo/la telefonare direttamente in ufficio?
  3. Inserendo un contentuto all’interno di un social network gestito da un editore o altri soggetti di un settore particolare, come dovrei comportarmi se volessi far referenza di un articolo di una testata concorrente?

Molto altro ancora si potrebbe dire. Ma fermiamoci un attimo a pensare ai possibili riverberi che questi strumenti potrebbero nel momento in cui si affaccino prepotentemente anche in ambito aziendale (come ad esempio cerca di fare socialtext)…i ruoli saranno sempre RUOLI?

Quanti e quali altri aspetti nascosti della rete che viviamo quotidianamente esistono e che pensiamo possano essere (incondizionatamente) gestiti solo perchè non ci chiediamo se al di fuori del grande web non li abbiamo mai trattati?

Grazie a Mark per il contributo!

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L’uragano investe il web 2.0

tratto da “Scene digitali

L’uragano investe il web 2.0

C’è un un mondo dove, chiudendosi alle spalle il rumore delle notizie, dei crolli e delle banche, tutto si muove come i bambini sulla neve. Veloci, eccitati, ma silenziosi perché la neve spegne anche i loro urli. In questo mondo fatato Google continua a fare annunci che fanno sobbalzare dalla seggiola: l’ultimo è che la sua pubblicità (link a testo in inglese) potrà andare sui videogiochi, quelli online ovviamente, ma anche quelli che girano sulle console che ai giochi sono dedicate e che alla rete si connettono. Un’avanzata senza fine? Un attimo.

Quella porta poi si riapre. E il rumore di Wall Street dice che anche Google sta picchiando in caduta libera e supera le sue soglie “psicologiche”, nel caso di specie quella di 350 dollari (pochi mesi fa era oltre 600), dove non stava da tre anni. Ora la gente sbadiglia quando sente parlare di titoli in borsa, ma la cosa ha una sua dura realtà.

“L’ora della verità per Google”

Se si regge la lettura puntigliosa di questo pezzo di Silicon Alley Insider (proprio così  senza la “v”- in inglese), blog-giornale tecnologico, si scoprono alcune cose interessanti che qui riassumiamo:

  1. “La parte divertente” della vita è finita anche per Google, adesso bisognerà cominciare a render conto di ogni dollaro speso, mentre finora, nei tempi dell’abbondanza, si spendeva e spandeva senza che analisti e investitori (quelli che i soldi sulle azioni ce li mettono) chiedessero di sapere nel dettaglio “per cosa” si spendesse.
  2. Questo significa che per Google comincerà la “prosa” di ogni azienda quotata, con il menù che prevede sia i licenziamenti che tutte quelle altre misure che vanno sotto il titolo fastidioso di “stringere la cinghia”.
  3. Infine una conseguenza “di immagine” devastante: che anche la grande G può sbagliare, far male e far danno, laddove Google è percepita ancora come la grande novità positiva di questi anni.

A questo punto se uno volesse chiuderla qui e fare un titolo frettoloso potrebbe dire che per Google siamo alla fine della festa e cominciano i tempi duri. In realtà potrebbe  essere vero l’opposto: è la nostra tesi e seguiteci un attimo attraverso qualche altro dato.

Fine del consumismo tecnologico?

Le borse non stanno punendo solo Big G. Per dire, nell’intervista (post precedente a questo) al Telegraph,  Steve Wozniak, cofondatore di Apple ora ritirato, arriva a dire che sì, è giusto che le azioni della Apple abbiano perso un po’ del loro valore (lui ne possiede diversi milioni). Perché? Perché l’industria tecnologica ha condiviso l’ubriacatura dell’economia mondiale, lucrando in modo incommensurabile sulla frenesia della “killer application” e del consumismo tecnologico (parole nostre) e quindi una bella ridimensionata ci sta.

La quaresima del “venture capital”

Altri dati: giĂ  prima della tempesta finanziaria, il 30 settembre, il Silicon Alley prevedeva un rallentamento del flusso di “venture capital” o capitale di rischio (link a testo in inglese) per investimenti su aziende che all’inizio sono solo “idee”  di business – ma anche per Google è stato così. La motivazione dell’autore è che quando i tempi sono magri, i gestori dei portafogli tendono a salvaguardare l’esistente, piuttosto che aprire nuove linee di “avventura”.

La conseguenza – se questa previsione si avverasse, ed è molto probabile che si avveri – potrebbe essere una moria di quella miriade di piccole aziende tecnologiche che hanno dato vita al boom del web 2.0 e che ne fanno quella fase allegra, vitale, piena di novitĂ  e di voglia di libertĂ  imprenditoriale che abbiamo vissuto dal 2004 in poi.

Flette la pubblicitĂ 

Infine le previsioni sulla pubblicità, anche on line, negli Stati Uniti sono pessime (qui, link a testo in inglese) nonostante o forse proprio perché si viene da un primo semestre del 2008 smagliante. E allora? si dirà: se la pubblicità flette sono guai per i grossi come Google e Microsoft e per i media mainstream. Mica così semplice: i piccoli tremano per primi. La Gawker Media (post in questo blog il 4 ottobre: è una holding di blog-giornali con centinaia di redattori) sta attuando “licenziamenti preventivi” in vista della flessione che si concretizzerà in gennaio.

Quelli che restano in piedi

Morale di questa troppo lunga favola – scuse ai lettori pazienti – è che se c’è un disboscamento di “piccoli” funghi, rischiano di rimanere, indeboliti ma sempre piĂą aggressivi, i funghi grossi. Lo scenario rischia di giocare a favore di Google, di Microsoft ed altri “ragazzoni”, tra i quali dovrebbe elencarsi anche Murdoch.

Se nel conto ci mettete pure la perdita di valore di borsa per giornali e media tradizionali, fra sei-dodici mesi lo scenario dei media sul web (e fuori) potrebbe essere molto semplificato e con pochi, severi e assoluti padroni. E’ così evidente la tendenza che perfino TechCrunch, un blog estremista, l’ha capito. Il titolo di oggi (inglese):  “Organizza tutta l’informazione e mettici la pubblicità di Google sopra” (E Google non è solo…)

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Altri link

Video ufficiale di Google su pubblicitĂ  nei videogame (lingua: inglese)

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Sul vecchio web 2.0

continuitĂ , web 2.0, web 3.0, web 2.0 superato, escher,

E’ oramai di una semplicitĂ  disarmante, navigando quotidianamente in rete, incontrare pareri e considerazioni relative al WEB 2.0

La definizione “Web 2.0” è figlia di Tim O’Reilly, con la quale egli indicava una nuova generazione di servizi web che aprono la strada a innovative modalitĂ  di collaborazione, condivisione delle informazioni e partecipazione alla formazione delle stesse. Emerge da tutto ciò una considerazione filosofica comune, l’utente rappresenta il fulcro della rete (”tutto intorno a te”; “costruita intorno a te” …non era pubblicitĂ  di non molti anni fa?)

Sebbene stiamo vivendo momenti di forte difficoltĂ  economica pare che la rete, dal canto suo, non risenta affatto di rallentamenti.
Il Web 2.0 rappresenta la totale diffusione della rete, di internet. Democratizzare un mezzo in modo che lo stesso si prefiguri come filtro per l’interazione fra persone e gruppi.
Sostanzialmente il sogno universale di abbracciare l’uomo senza confini e separazioni alcune diventa realtĂ . Tutti possono, individuato il loro (”punto”) d’interesse firmare la realtĂ  (”virtuale”).

Ora arriviamo al nocciolo della questione. Parlare di web 2.0 ( duepuntozero ) significa considerare un salto logico, concettuale, strumentale, architettonico dalla prima realtĂ  della rete a quella che stiamo vivendo oggi. Errato. Una definizione “markettara” quella del 2.0. Nessuna idea sarebbe stata migliore per poter speculare e lucrare su di un aspetto della rete che è semplice conseguenza dello sviluppo di internet e del web.

Idealizzare la crescita (non solo in termini numerici) di internet come fosse una scala, quindi coi suoi bei gradini da scalare, è sbagliato. Così come Bergson parla di coscienza come un flusso continuo che non può essere nĂ© colto nĂ© analizzato da una scienza che separa e ritaglia, allo stesso modo il web non può e non deve rimanere imbrigliato in qualcosa di categorico e innaturale che ne prefiguri la sviluppo a stadi chiusi…esemplificando sarebbe come impedire la “comunicazione” fra due vasi comunicanti.

Sarebbe piĂą concepibile riferirsi al web come ad un’entitĂ  che di fronte alle contingenze si autoadatta (aziendalmente parlando ci si riferisce alla business continuity), immersa nel caos. Di fronte a variazioni infinitesimali la plasticitĂ  dell’uomo interviene configurando il web in maniera piĂą confacente ai suoi interessi ed alle sue passioni.

Fa ancora piĂą specie leggere articoli ed ascoltare persone che giĂ  avanzano l’ingresso nel web 3.0. Viviane Reding, Commissario Europeo per la SocietĂ  dell’Informazione dei Media incoraggia l’europa si erige quale paladina per l’avvento della nuova rete. La Reding si riferisce alla velocitĂ  delle reti, stabili e onnipresenti, in modo da consentire una connessione ininterrotta, sempre, comunque e dovunque. La separazione fra fisso e mobile dovrĂ  sparire, facendo sorgere ancor piĂą problemi, successivamente, riguardo politiche e pratiche di privacy (giungere ad identificare una persona online anche quando non è legata ad una scrivania va ben oltre la macabra idea del grande occhio o fratello). Entro il 2015 tutto ciò sarĂ  pronto!!!

Cara Viviane, perchè invece di iniziare un così affascinante proposito con la giĂ  anziana nomenclatura web 3.0, non hai semplicemente parlato delle linee guida che dovrebbero indirizzare verso questo progresso? Perchè non sulle modalitĂ  e sulle azioni da adottare allo scopo di raggiungere l’obiettivo di poter, senza soluzione di continuitĂ , accedere alla personalizzazione dei mondi che viviamo?

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