Sul vecchio web 2.0

E’ oramai di una semplicità disarmante, navigando quotidianamente in rete, incontrare pareri e considerazioni relative al WEB 2.0
La definizione “Web 2.0†è figlia di Tim O’Reilly, con la quale egli indicava una nuova generazione di servizi web che aprono la strada a innovative modalità di collaborazione, condivisione delle informazioni e partecipazione alla formazione delle stesse. Emerge da tutto ciò una considerazione filosofica comune, l’utente rappresenta il fulcro della rete (”tutto intorno a te”; “costruita intorno a te” …non era pubblicità di non molti anni fa?)
Sebbene stiamo vivendo momenti di forte difficoltà economica pare che la rete, dal canto suo, non risenta affatto di rallentamenti.
Il Web 2.0 rappresenta la totale diffusione della rete, di internet. Democratizzare un mezzo in modo che lo stesso si prefiguri come filtro per l’interazione fra persone e gruppi.
Sostanzialmente il sogno universale di abbracciare l’uomo senza confini e separazioni alcune diventa realtà . Tutti possono, individuato il loro (”punto”) d’interesse firmare la realtà (”virtuale”).
Ora arriviamo al nocciolo della questione. Parlare di web 2.0 ( duepuntozero ) significa considerare un salto logico, concettuale, strumentale, architettonico dalla prima realtà della rete a quella che stiamo vivendo oggi. Errato. Una definizione “markettara” quella del 2.0. Nessuna idea sarebbe stata migliore per poter speculare e lucrare su di un aspetto della rete che è semplice conseguenza dello sviluppo di internet e del web.
Idealizzare la crescita (non solo in termini numerici) di internet come fosse una scala, quindi coi suoi bei gradini da scalare, è sbagliato. Così come Bergson parla di coscienza come un flusso continuo che non può essere né colto né analizzato da una scienza che separa e ritaglia, allo stesso modo il web non può e non deve rimanere imbrigliato in qualcosa di categorico e innaturale che ne prefiguri la sviluppo a stadi chiusi…esemplificando sarebbe come impedire la “comunicazione” fra due vasi comunicanti.
Sarebbe più concepibile riferirsi al web come ad un’entità che di fronte alle contingenze si autoadatta (aziendalmente parlando ci si riferisce alla business continuity), immersa nel caos. Di fronte a variazioni infinitesimali la plasticità dell’uomo interviene configurando il web in maniera più confacente ai suoi interessi ed alle sue passioni.
Fa ancora più specie leggere articoli ed ascoltare persone che già avanzano l’ingresso nel web 3.0. Viviane Reding, Commissario Europeo per la Società dell’Informazione dei Media incoraggia l’europa si erige quale paladina per l’avvento della nuova rete. La Reding si riferisce alla velocità delle reti, stabili e onnipresenti, in modo da consentire una connessione ininterrotta, sempre, comunque e dovunque. La separazione fra fisso e mobile dovrà sparire, facendo sorgere ancor più problemi, successivamente, riguardo politiche e pratiche di privacy (giungere ad identificare una persona online anche quando non è legata ad una scrivania va ben oltre la macabra idea del grande occhio o fratello). Entro il 2015 tutto ciò sarà pronto!!!
Cara Viviane, perchè invece di iniziare un così affascinante proposito con la già anziana nomenclatura web 3.0, non hai semplicemente parlato delle linee guida che dovrebbero indirizzare verso questo progresso? Perchè non sulle modalità e sulle azioni da adottare allo scopo di raggiungere l’obiettivo di poter, senza soluzione di continuità , accedere alla personalizzazione dei mondi che viviamo?
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